Currentzis sul podio dei Berliner Philharmoniker col Requiem di Verdi, debutto col megafono

 

Berlino, 30 Novembre 2019

di Flaminia Bussotti

Anche se le note dell’attacco erano un pianissimo, il suo debutto sul podio dei Berliner Philharmoniker non è stato in sordina. Per la sua prima volta con i Berliner alla Philharmonie a Berlino, in due concerti il 29 e 30 novembre, Teodor Currentzis ha scelto niente di meno che la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, con cui quest’anno è già stato in tournee in mezza Europa con la sua Orchestra musicAeterna. Capolavoro di Verdi portato dai Berliner agli apici con Claudio Abbado quando era direttore dell’Orchestra, e risuonato con furore lo scorso aprile a Baden-Baden, sempre con i Berliner, diretti da Riccardo Muti che del Requiem è considerato oggi il massimo interprete al mondo. Composto nel 1874 per elaborare antichi lutti familiari e piangere la morte dei venerati Gioachino Rossini e Alessandro Manzoni, il Requiem fu notoriamente stroncato all’epoca dal direttore detrattore di Verdi, Hans von Bülow, che, senza averlo sentito, lo bocciò in anticipo come “opera in abito da chiesa”. Per Currentzis una scelta di programma figlia di coraggio e provocazione, binomio che caratterizza da sempre il 47enne direttore greco trapiantato in Russia, a Perm, dove ha guidato per otto anni l’orchestra e il coro musicAeterna, e che dall’autunno 2018 è ingaggiato con incarico fisso in Germania alla testa dell’Orchestra SWR a Stoccarda. MusicAeterna l’ha fondata nel 2004 a Nowosibirsk con l’obbiettivo di eseguire la musica classica e barocca nel suono originale e di promuovere al contempo la musica contemporanea. Nel 2011 il trasferimento a Perm, negli Urali.

Alla costruzione del suo personaggio, o magari del mito, Currentzis lavora tenacemente presentandosi come “salvatore della musica classica”, o intrepido innovatore assieme al cenacolo dei suoi ‘apostoli’ di Perm, che qualcuno ha anche paragonato a una setta. Su di lui, da sempre, le opinioni divergono. Per alcuni è un guro, uno sciamano del podio che restituisce alla musica la sua purezza primigenia senza filtri e compromessi. Per altri un ciarlatano che incanta il pubblico con pose ed effetti studiati ad arte dai santoni della comunicazione. Fatto è comunque che Currentzis, sarà per il look e l’aura sacerdotale, sarà per il suo indubbio fuoco musicale, riempie le sale e fa cassa al botteghino. Presenza fissa al Festival di Salisburgo con la sua orchestra (nel 2017 Clemenza di Tito, nel 2018 tutte le nove sinfonie di Beethoven, nel 2019 Idomeneo, e nel 2020 torna con Don Giovanni e regia di Romeo Castellucci), Currentzis è ormai un ospite conteso che ha diretto nei principali teatri e istituzioni. A Berlino ha dovuto contenersi: se nel tour con il Requiem e la musicAeterna, ha preteso luci in penombra e musicisti in piedi con tonache nere indosso, con i Berliner alla Philharmonie si è dovuto accontentare. La sala era illuminata a giorno come sempre, i professori suonavano seduti come loro solito, e come da tradizione indossavano il classico frac con farfalla. Solo il coro, il suo musicAeterna, era avvolto in lunghe tuniche nere. Anche il look del maestro era meno eccentrico del solito: nero di ordinanza, camicione lungo a tre quarti su jeans elasticizzati effetto leggings, capelli imbalsamati come marmo nero, rasati ai lati come vuole la moda oggi, e codino con svirgolo verso l’alto sul collo. Niente anfibi neri ai piedi questa volta coi soliti lacci rossi, ma classiche scarpe di vernice nera. Il maestro comunque ha preferito dirigere senza podio, e senza bacchetta, ma senza rinunciare al suo caratteristico molleggio alternato sulle gambe come fosse la danza propiziatoria di un pellerossa.

Che sia un’eccezione sul podio, Currentzis lo ha confermato sin dalle prime note: il pianissimo iniziale dei violini in Verdi si fa quasi silenzio per poi esplodere in un fragore dirompente nel Dies irae. Tempi forti e soffocati, accelerati e rallentati, moto ondoso alto e basso, colori chiari e scuri, suoni enfatizzati dai contrasti, dinamiche estreme: questa la cifra radicale del maestro che sorprende, e persino sciocca l’ascoltatore, ma certo ne sollecita l’attenzione. A soffrire è forse la differenziazione, la trasparenza del suono ma, come si diceva, su di lui gli animi si dividono. Chi rimane a bocca aperta, chi la bocca la storce tanto fra il pubblico quanto fra i critici. In ogni caso, piaccia o non piaccia, al netto della messa in scena e delle libertà interpretative, non c’è dubbio che Currentzis sia un direttore e che sul podio ci stia di diritto. Alla fine, dopo l’esecuzione, il maestro, capo chino, ha osservato un lungo silenzio di raccoglimento che sembrava un’eternità (troppo per dissipare il sospetto di uno show). Poi è scoppiato l’applauso entusiastico del pubblico, fiancheggiato anche da quello del coro. I solisti erano il soprano russo Zarina Abaeva, il mezzosoprano italiano Annalisa Stroppa, subentrata in extremis, e senza prove, a Clementine Margaine malata (è riuscita a farsi onore e tenere testa al maestro che evidentemente preoccupato del cambio all’ultimo minuto le stava molto addosso), il tenore russo Sergej Romanowsky e il basso russo Evgeny Stavinsky.

L’umore nel backstage era euforico. Soddisfatti anche i musicisti: il debutto di Currentzis coi Berliner è andato bene, adesso bisogna vedere come si sviluppano le cose, se al primo invito da parte dell’orchestra ne seguiranno altri, oppure no.

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