
Wim Wenders e giuria
Flaminia Bussotti
Berlino – La Berlinale 2026, la 76ma della rassegna cinematografica tedesca, non ha, a detta di molti, brillato per la qualità dei film selezionati, 22 quelli in concorso, ma in compenso verrà ricordata per lo scontro sulla liceità del suo tasso politico. La Berlinale, che rispetto a Cannes e Venezia è sempre stato il festival meno quotato nel firmamento del cinema internazionale, si è sempre caratterizzata per il suo alto indice politico: un modo per distinguersi nel confronto con le due rassegne concorrenti, nonché corollario di una città la cui identità si distingue tradizionalmente per impegno politico e protesta sociale.
Ma quest’anno, attizzata dal conflitto in Medio Oriente, la polemica è divampata e ha dominato il festival sin dall’inizio – con il messaggio apolitico del presidente della giuria, il regista tedesco Wim Wenders, alla conferenza stampa di apertura – fino alla fine con strascico anche a seguire ivi incluso il coinvolgimento del sottosegretario alla cultura Wolfram Weimer, e quindi di tutto il governo federale. Un‘escalation di polemiche che ha indotto i media a ipotizzare anche una chiusura definitiva del festival.
Cosa è successo? Alla cerimonia dell’assegnazione dei premi il 21 febbraio, il regista palestinese siriano Abdallah Al-Khatib, che ha debuttato al festival nella sezione Prospettive con il film Chronicles from the Siege per cui ha anche vinto un premio come opera prima, salito sul palco con la kefiah, si è lanciato,in un’invettiva contro Israele con accuse di complicità della Germania in quello che ha definito il „genocidio a Gaza“. La parola genocidio è radioattiva in Germania: è impiegata storicamente solo per indicare l’Olocausto, ed è respinta dal governo federale in riferimento a Israele e la guerra a Gaza.
Il ministro dell’ambiente Carsten Schneider (Spd, socialdemocratico), esponente più alto in carica presente alla cerimonia, si è alzato immediatamente alla tirata anti Israele abbandonando la sala. Immediate le polemiche: il sottosegretario Weimar (Cdu, cristiano democratico), di fatto ministro alla cultura, ha convocato infuriato la presidente del festival, Tricia Tuttle, americana, ex direttrice del British Film Institute (BFI), succeduta due anni fa alla direzione della Berlinale all’italiano Carlo Chatrian, con la chiara intenzione di licenziarla. Senonché è partita una massiccia campagna di solidarietà di intellettuali, artisti e media accompagnata da una lettera in difesa della libertà di espressione contro la presunta censura. Lettera firmata da centinaia di registi e attori fra cui Volker Schlöndorff, Radu Jude, Tom Tykwer, Tilda Swinton e Javier Bardem. I firmatari hanno accusato anche il festival di „silenzio istituzionale“ sul „genocidio dei palestinesi“. Alla premiazione, critica mossa a Tuttle dalla parte opposta, non è insorta come avrebbe dovuto contro la sfuriata antisemita del regista. Alla proiezione del film, il 15 febbraio, Tuttle veniva fotografata assieme al regista Abdallah Al-Khatib e alcuni membri dell’equipe, che indossavano la kefiah e sventolavano bandiere palestinesi.

Giuria alla conferenza stampa: Wenders al centro, Tuttle a destra
Alle accuse di ambo le parti, la Tuttle si è difesa negando qualsiasi censura, dicendo di comprendere „il dolore e la rabbia“ manifestati sul palcoscenico, e che la „Berlinale fa quello che è il suo compito, dare spazio a dibattiti difficili“.
La polemica sul conflitto a Gaza e il posizionamento della Berlinale ha marcato sotto traccia tutto il festival sin dal primo giorno, prendendo di mira anche un’icona come il regista 80enne Wim Wenders, presidente della giuria. Rispondendo a una domanda su Israele alla conferenza stampa di presentaizone della giuria il 12 febbraio, Wenders ha difeso il primato dell’espressione artistica sulla politica: „noi non facciamo il lavoro dei politici, lavoriamo per il pubblico. Il cinema può cambiare il mondo, il modo di vedere della gente, ma non i politici. Non si impara nulla guardando le notizie, ma se vedi un film conosci altre storie, altri punti di vista, il cinema è simpatetico”. Il regista di Perfect Days, Paris, Texas, Il Cielo sopra Berlino e altri capolavori ha sottolineato che i registi devono tenersi alla larga della politica, sono un contrappeso alla politica, il loro compito è raccontare storie, non trasformarsi in megafono della politica.I firmatari della lettera, invece, se la sono presa anche con lui, ma in sua difesa sono scesi sia la Tuttle sia Weimar, respingendo l’accusa di un indirizzo censorio del festival.

La polemica si è trascinata per giorni e giorni anche dopo la chiusura del festival sfumando alla fine in un epilogo di compromesso. Del minacciato licenziamento di Tuttle non se n’è fatto nulla. Troppo forte la protesta degli intellettuali: un licenziamento avrebbe incendiato ancor più il clima con enorme danno di immagine dello stesso Weimar, che già così è uno dei ministri più invisi del governo del cancelliere Friedrich Merz, e di cui si è ventilato questi giorni nei media anche un siluramento a seguito dell’incidente Berlinale (e non solo). Alla fine quindi l’incontro Weimer-Tuttle ha partorito la classica quadratura del cerchio: nessun licenziamento, la direttrice resta al suo posto, ma con dei paletti. Ha accettato infatti di attenersi a un codice di neutralità politica onde scongiurare il ripetersi di tirate antisemite come quelle lanciate dal regista Abdallah Alkhatib alla Berlinale. Si vedrà l’anno prossimo, dove oltre a Gaza potrebbe accendersi anche la miccia dell’Iran.